martedì 21 aprile 2009






Le bretelle si vedono appena sulla camicia azzurra, son cancellate, nascoste nell’azzurro ma è una falsa umiltà, in realtà non si lasciano dimenticare, mi irritano con la loro testardaggine di montoni, come se, partite per diventare viola, si fossero arrestate a mezza strada senza rinunciare alle loro pretese.




Sono solo in mezzo a queste voci gioiose e ragionevoli. Tutti questi tipi passano il loro tempo a spiegarsi, a riconoscere felicitandosene che sono della stessa opinione. Quanta importanza attribuiscono, mio Dio, a pensare tutti quanti le stesse cose. Basta vedere la faccia che fanno quando passa in mezzo a loro uno di questi uomini dagli occhi di pesce, che sembrano guardare al di dentro e coi quali non si può più assolutamente trovarsi d’accordo. Quando avevo otto anni e andavo a giocare al Lussemburgo, ce n’era uno che veniva a sedersi in un casotto contro la cancellata che costeggiava via Auguste-Comte. Non parlava, ma ogni tanto stendeva una gamba e si guardava il piede con un’aria spaventata. Questo piede calzava uno stivaletto, mentre l’altro era infilato in una pantofola. Il guardiano disse a mio zio che si trattava di un ex censore. Era stato messo a riposo perché andava nelle classi a leggere le votazioni trimestrali vestito da accademico. Noi ne avevamo una paura terribile perché sentivamo ch’era solo.

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